Napoli,
Teatro Sannazaro. Giovedì 6 maggio 2013
“Lo spopolatore” di
Peter Brook, tratto da un breve racconto di Samuel Beckett, è stato interpretato da Miriam Goldschmidt;
unica protagonista della scena. Lo spettacolo è stato presentato in prima
mondiale il 6 giugno al Teatro Sannazaro di Napoli.
Sul palco non c’è
quasi nulla: i fondali sono neri, in prossimità delle quinte ci sono tre scale
a pioli e sul proscenio è posizionato uno sgabello. Niente più. Pochi segni che
secondo il grande regista Brook devono essere sufficienti per stimolare
l’immaginazione; perché “less is more”, ovvero “il meno è più”: se mostri troppo non vedi niente. Ed è così
che nella performance c’è solo l’espressiva attrice che, seduta di fronte al
pubblico, legge il copione in francese. Come se effettivamente si trattasse di
un reading.
Ogni tanto si sposta lentamente verso i lati del palco, poi si avvicina ad una scala e sale qualche scalino. Lì probabilmente il significato dell’opera inizia a prender realmente vita: <I più alti raggiungono il cielo toccandolo con un dito> dice l’ artista. Dunque la scala come senso d’evasione. <La scala permette di esplorare zone inaccessibili all’uomo medio> continua. Un mezzo attraverso il quale l’ essere umano spera di raggiungere la luce o quanto meno di avvicinarvisi. Una fuga dalla realtà, dall’esistenza stessa e dalla triste e dura consapevolezza che la morte, prima o poi, bussa alla porta di tutti. <Tutti muoiono, non c’è una via d’uscita; anche se si è diffusa quest’illusione.>. L’ascesa contrapposta alla discesa che chiaramente richiama i gironi danteschi e l’ inferno senza paradiso. Uno spazio dove il nero attende chiunque e dove l’uomo risulta essere lo sconfitto dagli occhi abbassati. Metafore altrettanto pregne di significato sono le citate gallerie come i tunnel: sai da dove vieni ma non sai se giungerai a destinazione e viaggi nel vuoto. È quello stesso vuoto che però, bisogna ammetterlo, la performance lascia nello spettatore. Non c’è pathos, non c’è coinvolgimento, non c’è emozione. Si assiste passivamente a una lettura e probabilmente quella è la pecca della rappresentazione. Una scenografia scarna, l’assenza quasi totale di costumi, (eccetto chiaramente gli abiti neri indossati dall’attrice), e le poche luci proiettate in prossimità degli oggetti posti sul palco, sarebbero bastati se l’interpretazione fosse stata magistrale; ma così par non essere. La lettura, talvolta distratta dai rumori della sala, allontana la performer da chi le siede davanti e la difficoltà è proprio quella di riuscire a calarsi, immedesimarsi nella veridicità e/o tragicità delle frasi e dei simboli usati. Il teatro è immaginazione e su questo non c’è nulla da obiettare; ma il teatro è anche improvvisazione: è l’unica occasione che l’attore ha di esprimere se stesso e mostrarsi creando contatto con il pubblico. È la recitazione dal vivo, quella che il cinema chiaramente non può consentire. Sembra davvero paradossale e sciupato il senso più intrinseco del concetto in sé di rappresentazione teatrale. E, in realtà, ospitare Peter Brook al Napoli Teatro Festival Italia, ovviamente, voleva significare avere la possibilità di investire anche ingenti capitali per ottenere un risultato e un successo clamoroso. Sembra tuttavia che la delusione sia stata forte e che il regista non abbia voluto omaggiare la città con un’opera fenomenale. Molta la perplessità e altrettanta la difficoltà ad applaudire sinceramente proprio quando spettava ai “giudici” in sala manifestare il gradimento.
Ogni tanto si sposta lentamente verso i lati del palco, poi si avvicina ad una scala e sale qualche scalino. Lì probabilmente il significato dell’opera inizia a prender realmente vita: <I più alti raggiungono il cielo toccandolo con un dito> dice l’ artista. Dunque la scala come senso d’evasione. <La scala permette di esplorare zone inaccessibili all’uomo medio> continua. Un mezzo attraverso il quale l’ essere umano spera di raggiungere la luce o quanto meno di avvicinarvisi. Una fuga dalla realtà, dall’esistenza stessa e dalla triste e dura consapevolezza che la morte, prima o poi, bussa alla porta di tutti. <Tutti muoiono, non c’è una via d’uscita; anche se si è diffusa quest’illusione.>. L’ascesa contrapposta alla discesa che chiaramente richiama i gironi danteschi e l’ inferno senza paradiso. Uno spazio dove il nero attende chiunque e dove l’uomo risulta essere lo sconfitto dagli occhi abbassati. Metafore altrettanto pregne di significato sono le citate gallerie come i tunnel: sai da dove vieni ma non sai se giungerai a destinazione e viaggi nel vuoto. È quello stesso vuoto che però, bisogna ammetterlo, la performance lascia nello spettatore. Non c’è pathos, non c’è coinvolgimento, non c’è emozione. Si assiste passivamente a una lettura e probabilmente quella è la pecca della rappresentazione. Una scenografia scarna, l’assenza quasi totale di costumi, (eccetto chiaramente gli abiti neri indossati dall’attrice), e le poche luci proiettate in prossimità degli oggetti posti sul palco, sarebbero bastati se l’interpretazione fosse stata magistrale; ma così par non essere. La lettura, talvolta distratta dai rumori della sala, allontana la performer da chi le siede davanti e la difficoltà è proprio quella di riuscire a calarsi, immedesimarsi nella veridicità e/o tragicità delle frasi e dei simboli usati. Il teatro è immaginazione e su questo non c’è nulla da obiettare; ma il teatro è anche improvvisazione: è l’unica occasione che l’attore ha di esprimere se stesso e mostrarsi creando contatto con il pubblico. È la recitazione dal vivo, quella che il cinema chiaramente non può consentire. Sembra davvero paradossale e sciupato il senso più intrinseco del concetto in sé di rappresentazione teatrale. E, in realtà, ospitare Peter Brook al Napoli Teatro Festival Italia, ovviamente, voleva significare avere la possibilità di investire anche ingenti capitali per ottenere un risultato e un successo clamoroso. Sembra tuttavia che la delusione sia stata forte e che il regista non abbia voluto omaggiare la città con un’opera fenomenale. Molta la perplessità e altrettanta la difficoltà ad applaudire sinceramente proprio quando spettava ai “giudici” in sala manifestare il gradimento.
Francesca Saveria
Cimmino
di
Samuel Beckett
una
ricerca teatrale di Peter Brook
regia
Peter Brook
in
collaborazione con Marie-Hélène Estienne
con
Miriam Goldschmidt
luci
Philippe Vialatte
percussioni
Francesco Agnello
coproduzione
Fondazione Campania dei Festival - Napoli Teatro Festival Italia,
Ruhrfestspiele Recklinghausen
con
il sostegno di Centre International de Recherche Théâtrale de Paris
e
di Nuovi Mecenati – Fondazione franco-italiana di sostegno alla creazione
contemporanea
Prima
mondiale
Lingua
francese con sottotitoli in italiano
Paese
Italia/Inghilterra/Germania/Francia
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